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La voce degli spiriti eroici, Yukio Mishima
view post Posted on 20/3/2009, 00:47Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 12/5/2009, 08:13


L'esempio, l'abnegazione, il coraggio, la risolutezza, l'impersonalità eroica, il furore, la collera degli spiriti di quei combattenti traditi dal proprio Sovrano, che scelse di "farsi uomo", citati con grandissimo pathos nell'incredibile racconto di Yukio Mishima, possono essere senza dubbio fonte di profonde riflessioni per la realizzazione interiore di quel tipo umano che tende ad affermarsi di là dall'umano.
Ne presentiamo qui una mirabile recensione:


Mishima
Yukio - La voce degli spiriti eroici



Perché mai un divino imperatore ha voluto farsi uomo?

“La voce degli spiriti eroici”, parte di una trilogia comprendente “Patriottimo” e “Crisantemi del decimo giorno”, è il viaggio-racconto verso l’interiorità dell’uomo Mishima avviatosi a compiere il suo destino. Drammatico ed intenso, il racconto breve si presenta come un piccolo gioiello che apre uno squarcio profondo nell’animo disperato e disilluso di Mishima, ma anche del Giappone che ha sempre avuto una visione altamente idealizzata del suo imperatore.

Mishima prese spunto da due eventi che tormentavano da sempre i suoi pensieri: il destino dei piloti kamikaze nella seconda Guerra Mondiale e la rivolta del 26 febbraio 1936 da parte di un gruppo di giovani ufficiali dell’esercito, nel tentativo di restaurare la purezza dell’autorità imperiale. Per comprendere determinate azioni del popolo giapponese bisogna risalire necessariamente alla loro storia così particolare ed atipica rispetto ad altre etnie asiatiche.

L’origine divina della famiglia imperiale è scritta nella nascita mitologica del Giappone stessa, quando Amaterazu Ōmikami, la Grande dea del Cielo, donò lo specchio, la collana e la spada, i tre simboli della regalità, al nipote Ninigi-no-mikoto pronto a conquistare l’arcipelago. Ninigi perse l’immortalità sposando una bella principessa da cui ebbe tre figli. Uno di questi divenne il padre di Iwarehiko-no-mikoto riconosciuto poi come primo imperatore (Tennō), con il nome di Jinmu (Guerriero divino). I doni della dea hanno sempre fatto parte del cerimoniale di investitura imperiale. Questo legame, quindi, è inscindibile per il Giappone che si vede come una grande famiglia con a capo l’imperatore, padre-divinità a cui è dovuta assoluta obbedienza. Nella Costituzione del 1889, emendata nel 1947, addirittura il terzo articolo sancisce che “l’Imperatore è di origine divina, sacro e inviolabile”. La pena per chi osava dubitare della veridicità di questa realtà era l’interdizione, se non addirittura la morte. Conosciamo, del resto, l’isolamento di tale figura dal mondo e le sue rigidi leggi di successione che in epoca contemporanea hanno riempito pagine di giornali dediti al gossip. Risalire a queste origini forse aiuta a comprendere il significato di certe azioni così lontane dalla concezione occidentale e quei forti ideali che hanno protetto il Giappone per millenni, nella considerazione di essere una razza unica, forse anche superiore, perché protetta da creature di origine divina, e dall’altro lato coesa di fronte al razzismo occidentale, americano in primis.
“…Una decadente bellezza invade il mondo,
soltanto le ignobili verità sono credute,
cresce delle automobili il numero e l’insulsa velocità frantuma le anime.
Si costruiscono edifici immani, ma crollano le grandi cause,
le finestre sono rischiarate da luci al neon dei desideri insoddisfatti,
un mattino dopo l’altro sorge un sole opaco di smog,
ottusi sono i sentimenti,
smussati gli angoli acuti.
Le anime appassionate e virili.
Abbandonano la terra, torbido sangue ristagna nella pace, secco e inaridito
non zampilla più nella sua purezza.
Chi volava nel cielo ha le ali spezzate,
mentre le termiti dileggiano la gloria immortale.
In simili giorni, perché mai Sua Maestà diviene un uomo comune?” (pag. 19)

Nel breve ed intenso racconto Mishima si sofferma su due episodi emblematici che spezzano il fiato per quanto pathos lascia trasudare dalle sue parole. Da una seduta spiritica a cui partecipa, gli spiriti eroici divinizzati, detti anche Kami, (Ka-sconosciuto, Mi-visibile), secondo la religiosità scintoista, implorano di poter esprimere i loro sentimenti sul tragico destino che li ha travolti, non tanto per la morte ma per il tradimento della loro memoria. Con profondo lirismo viene tratteggiata l’inavvicinabile figura imperiale per la quale uomini hanno dato la loro vita per difenderla dalle pressioni straniere che volevano contenere l’espansionismo giapponese, nonché dalle macchinazioni dei ministri che lo stavano riducendo ad una figura fantoccio, da manipolare facilmente per favorire interessi di industriali senza scrupolo.

Nonostante le intenzioni nazionalistiche (ispirate dai progetti di riforma di Ikki Kita, fucilato nel 1937 con l’accusa di istigazione), vennero traditi da quella stessa figura idolatrata che non comprese fino in fondo il loro obiettivo. L’imperatore, quindi, spinto da zelanti consiglieri, li condannò a morte come ribelli. Non solo, li sottrasse alla tradizione, non ordinando loro il seppuku, che avrebbero affrontato all’istante come estremo atto d’amore e di fedeltà, destinandoli alle fredde ed umilianti pallottole. I loro spiriti inquieti gridano ora per il dolore di avere il nome sepolto nel fango del tradimento che si trasformerà in tragedia con i piloti kamikaze.

Quegli stessi uomini che s’immolarono per la difesa della loro patria, per l’unità e la purezza dell’autorità imperiale, con un gesto che non potremmo mai comprendere fino in fondo, furono traditi da un imperatore che annunciò la capitolazione, da un imperatore che negò la sua essenza divina, riconoscendosi, prima volta nella storia giapponese, come uomo mortale. Il 15 agosto 1945, quando tutta la nazione giapponese conobbe dalla voce dell’imperatore la sconfitta, l’ammiraglio Onishi, comandante delle forze aeree della marina, fece seppuku senza chiedere aiuto per la seconda parte del rito che prevedeva la decapitazione. Durante l’agonia chiese perdono alle anime dei kamikaze per l’inutile sacrificio di vite nella convinzione di un Giappone che non si sarebbe mai arreso al nemico, ed esortò i giovani a lottare per la pace con lo stesso spirito degli eroi morti in battaglia.

L’imperatore aveva dato il via alla guerra con un proclama che spettava solo a lui, per origini divine. Con un altro proclama, dopo sei mesi dalla fine della guerra, l’imperatore dichiarava “in realtà sono un essere umano”. Il tradimento dell’imperatore, quindi, era stata la disillusione, la vera sconfitta; non la morte perché ad essa il Giappone è sempre stato preparato per tradizione. È un po’ come sentirsi dire da un genitore “io non sono mai stato tuo padre”. Questi episodi cresceranno come una forma tumorale nella mente di Mishima che regala, attraverso il racconto, pagine di grande valore poetico e storico allo stesso tempo. La sofferenza di quegli spiriti eroici si plasma con la sua divenendo una sola cosa che lo avvicinerà sempre più alla fatidica data del 25 novembre 1970.
“…Sia sconfitto il Giappone, si distribuiscano le terre ai contadini,
si attui una riforma socialista:
poiché fu vinto il nostro Paese
gravi sulle sue spalle l’intero onere della sconfitta.
Il nostro popolo resisterà al peso, supererà la prova,
manterrà intatta la sua forza.
Si lecchi ogni sorta di umiliazioni, si accettino con ardimento imposizioni
cui non sia possibile opporsi, tranne una, una sola:
per quante costrizioni, pressioni, minacce di morte possa aver ricevuto,
l’Imperatore mai e poi mai avrebbe dovuto dichiarare di essere un uomo!
Perché mai un Divino Imperatore ha voluto farsi uomo?” (pag. 75 e seg.)


Il canone da seguire dev'essere questo: rigida saldezza nell'essenziale, massima elasticità sul piano funzionale.

Distrutto il borghese che alberga in te, pervaso da un disinteresse attivo, dall'impersonalità eroica, combatti!
 
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