Donna: paganesimo e cristianesimo
Stefano Maria Chiari
(Effedieffe.com)
06/06/2007
Un'idea fortemente diffusa vuole una visione della donna nel cristianesimo decisamente penalizzata e ridimensionata; anzi, stando all'opinione corrente, di cui si possono rinvenire un po' ovunque tracce evidenti nell'opinione pubblica, «bene» istruita dai media, la Chiesa sarebbe la vera responsabile del discrimine vessatorio subito dal gentil sesso nel lungo corso della storia.
«Non c'è giorno che il Papa Ratzinger e la CEI non facciano la predica ricordando il buon modello femminile da seguire ed imporre. L'utero non è mio, è un bene sociale e come tale devo trattarlo o saranno guai (per me)». (1)
In realtà, ricollocando il tema alla radice del suo male, ed esaminando la condizione della donna nelle culture precristiane, si comprende che le cose non stanno proprio così.
L'analisi che segue, tiene conto necessariamente delle linee generali del problema, senza avere possibilità di sondare la particolarità di una ricca casistica.
Il peccato dei primordi inizia con una tentazione, la dinamica della quale rivela molto di più della mera accusa maschilista della responsabilità di Eva.
Il serpente tenta la donna e non l'uomo, non per maggiore debolezza del soggetto tentato (sarebbe ingenuità dal punto di vista del tentatore), ma per piena cognizione del fatto che il fulcro vitale dell'esistenza sia capace di attirare a sé ciò che le orbita attorno, con una forza d'attrazione notevolissima.
La donna, caduta, avrebbe trascinato Adamo, il quale, se davvero fosse da ritenersi superiore, avrebbe saputo fare di meglio che consentire passivamente di cibarsi del frutto proibito.
Dell'ipotesi opposta non è scritto; ma ci è lecito pensare che la «più astuta di tutte le bestie» abbia scelto la via del massimo profitto e non quella della sconfitta parziale; chi assicura la caduta di Eva, se Adamo fosse caduto per primo?
Nulla vale l'obiezione per la quale il racconto fu redatto proprio per «gettare discredito» sulla donna, causa ed origine di ogni male, perché questa lettura non tiene evidentemente conto del fatto che Adamo non si mostrò migliore di Eva e che come lei subì la pena del peccato, parimenti accusato e condannato da Dio (confronta Genesi 3,17).
A ben vedere da Genesi 3, emergerebbe addirittura una figura maschile di secondario spessore rispetto al rilievo decisionale della donna, molto più capace di dialogare (ove, però, sarebbe stato necessario tacere), di obiettare, di cadere e di trascinare alla caduta.
Questo testo, letto senza filtri o pregiudizi dà l'idea di un «maschio» tutt'altro che virile; al contrario, pacificamente consenziente alla «carne della sua carne».
Se è davvero così, dove nasce il cosiddetto «sesso debole»?
La risposta è nello stesso testo sopraccitato: «Alla donna disse: 'Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà'».
Nella struttura della sentenza abbiamo questa certezza; la donna è colpita nel cuore del suo esistere: maternità e relazione con l'altro sesso.
Il dare la vita diverrà un evento faticoso e doloroso e soprattutto resterà condizionato al forte istinto della femmina verso il maschio; istinto, che, nonostante l'incontestabile fascino ammaliatore a lei proprio, necessariamente coinciderà con una situazione di soggezione psico-affettiva.
Questo è evidente già all'interno della dinamica del rapporto di coppia: la donna, normalmente, si consegna abbandonandosi all'uomo del tutto, questi, diversamente, si dona (del tutto, se coerente);
i due non si amano allo stesso modo, bensì ognuno secondo la propria struttura sessuale e psicologica, distinta l'uno per l'altra, ma che, sotto il regime del peccato, espone certamente la donna (per lo meno per lunghi secoli è avvenuto così) ad essere asservita in un «rapporto di forza»; asserto che sarebbe confermato perfino dai ritrovamenti di «dipinti» risalenti al periodo del Paleolitico o del Neolitico, ove pure abbondano raffigurazioni sacre femminili esaltanti la dea-madre, in diversi modi e contesti, poiché non è affatto dimostrato che sia esistita una società a struttura rigidamente matriarcale; ed anche qualora questo fosse davvero accaduto, le risultanze emerse dalle posteriori culture ne indicherebbero l'immancabile definitivo tracollo.
A ben vedere la religione della dea madre è una credenza e forma di culto, la quale, attraverso la rappresentazione (o la narrazione) mitologica (ove all'esplicito simbolo di rinascita e rigenerazione, si alterna quello della donna-morte, privazione della vita) veicola verità oggettive desunte dall'osservazione della natura (quali ad esempio contrapposizione ed alternanza delle stagioni, fecondità della terra e via discorrendo).
«Simboli ed immagini si affollano intorno alla Dea partenogenica (autogeneratrice) e alle sue funzioni di base come donatrice di vita o portatrice di morte, e non meno importante, come rigeneratrice della madre terra, la dea della fertilità, giovane e vecchia, che nasce e muore con la vita vegetale. Essa era l'unica fonte di vita, che prendeva la sua energia da sorgenti e pozzi, dal sole, dalla luna e dalla terra umida.
Questo insieme di simboli rappresenta un tempo mitico che è ciclico, non lineare.
Questo si manifesta nell'arte con segni di movimento dinamico: spirali che girano e si ritorcono, serpenti attorcigliati e ondulanti, circoli, alte maree, corna bovine, semi germinati e germogli». (2)
Questa metafora - della quale alcuno vanta addirittura un'autenticità sacrale originata da una indubbia vetustà - in realtà rileva evidenti sintomi di una patologica visione della vita.
L'idea sottesa, infatti, è di un panteismo latente che tutto coinvolge ed ingloba, nel «liquido amniotico» circondante l'intera esistenza, senza addivenire alla distinzione massima, che salvando l'alterità, determina il valore preziosissimo dell'unicum così individuato.
Ben affermava, pertanto, Benedetto XVI, quando, nel suo ultimo libro («Gesù di Nazareth»), reputava indispensabile l'utilizzo del termine «Padre» (come nella Sacra Scrittura) per meglio definire non solo l'essenza di Dio, ma anche la Sua totale ed irriducibile distinzione rispetto al creato; locuzione non scelta a caso, ma intenzionalmente preferita proprio perché, a differenza del lemma «madre», in grado di evidenziare uno stacco netto tra l'Essere perfettissimo, increato, eterno ed infinito e tutto quello che non sia Lui (e perciò creato).
La meravigliosa esperienza gestatoria porta infatti a tale compenetrazione tra madre e figlio, che il figlio nel grembo è «quasi» una sola cosa con lei; per questo il ricercato simbolismo della «madre», oltre ad essere connesso e a ben rappresentare il ritorno ciclico dei diversi stadi della natura, certamente proietta una visione totalizzante della parte nel tutto e viceversa; ma, come dicevamo, si tratta di una aberrazione culturale, conseguenza del peccato originale.
Il non riconoscimento di Dio come Padre e della infinita diversità della natura divina dalla natura creata è la vera causa della misoginia.
Il revival new age della «dea madre», sposato dai patrocinatori della causa femminista, finisce in conclusione con l'arrecare più danni che benefici.
Questo è dimostrato.
In primis dalla storia.
La visione panteista, soffrendo il limite del necessariamente «omologante» dell'indistinto ontologico, si espone al forte rischio di relegare il dettaglio diverso a ciò che non gli sia proprio teleologicamente se non in via secondaria; la donna, in questa prospettiva, si riduce a mero strumento riproduttivo cui non sia neppure lecito il piacere naturalmente concesso dal Creatore.
Sappiamo (molto prima dell'avvento del cristianesimo) a quali atroci pratiche mutilanti (infibulazione ed escissione) potesse essere esposta la donna; abbiamo sentore di quanto accaduto anche mediante un comparativo confronto con culture ancora esistenti (definite) «primitive», e non solo (le credenze che riconoscono validità alla poligamia poligenica non sono forse un esempio di «mutilazione spirituale della donna»?).
In secondo luogo, da uno studio della mitologia classica emerge il rilievo di una donna raffigurante sempre (anche se non solo) i ruoli rappresentativi delle realtà negative od orrorifiche, legate alla morte (3) (4), si può comprendere che «altra» evidentemente deve essere la chiave di accesso all'esaltazione del femminile.
Tutto questo accade, perché solo il riconoscere l'assolutamente Altro - cioè Dio, come qualitativamente ed infinitamente distinto - rende possibile l'instaurazione di una gerarchia di valori (anche morali) capaci di separare nettamente il bene dal male.
Il panteismo subisce la confusione ideologica tra bene e male, subdolamente iniettata dal tentatore in ordine agli effetti del cibarsi del frutto (la conoscenza del bene e del male), e, pertanto, è incapace di vedere i diversi colori della luce, filtrati dal prisma dell'unica Rivelazione.
La donna è relegata non più come pari di Adamo, ma al massimo come serva del suo piacere o (nel caso rovesciato ed ipotetico di una ginocrazia) come tiranna, padrona del destino dell'uomo, esiliato al ruolo di «fuco».
Se Dio è Padre, invece, il «dettaglio» è voluto ed amato come l'esclusivo, come il «solo»; nell'essere Creatore di Dio si cela il vero senso del creato, che, mai rinnegato, assume una valenza irripetibile, non replicabile e preziosissima; la medesima vita eterna sarà in Dio, un perdere se stesso, ritrovandosi veramente, senza però mai annullarsi.
Il perfetto equilibrio di «ossa dalle ossa e carne dalla carne», tratta dalla costola (quindi all'altezza del cuore, come l'uomo; né superiore (dalla testa) né inferiore (dagli arti sottostanti)), non è altrimenti riproducibile se non appunto nell'ottica del Creatore che, possedendo in Sé la vita, la dona («maschio e femmina li creò», «a sua immagine e somiglianza») affinchè l'aiuto simile, ma non identico, divenga «una sola carne», prolifica per l'eternità e saggio, imperturbabile dominatore delle avversità del tempo presente.
La dimensione di coppia come pensata e voluta da Dio, ferita dal peccato, ritrova in Cristo la propria pienezza e la propria salvezza; tuttavia, Gesù salva l'uomo, facendosi peccato ed annientandosi nelle conseguenze del male, pur non avendo mai peccato; non sopprimendo i serpenti velenosi, ma erigendo un serpente di rame (confronta Numeri 21,9), così Gesù non toglie il male dal mondo (la sofferenza, il dolore), ma lo rende, per Lui, mezzo di salvezza.
Questo all'interno della coppia è evidente dalla richiesta sottomissione della donna, la quale, in san Paolo (confronta Efesini 5, 21), riflette uno stato di grazia perduta che necessita di redenzione.
Tale sottomissione non è da intendersi tuttavia come dominio dell'uomo, il quale, anzi, è vincolato (più della donna, stando al passo di san Paolo) ad un amore totale ed esclusivo, come Cristo la Chiesa.
Il rapporto di coppia, nell'economia della grazia, è riflesso delle distinte situazioni di fatto emerse dal peccato; il marito deve essere tutto per la moglie, senza risparmiare nulla, fino a dare la vita; la donna, di fronte a tanta estrema donazione, si abbandonerà volentieri al suo capo, non potendo, come la Chiesa, avere altra vita se non quella di Cristo; così la moglie vivrà all'unisono con i battiti del cuore ed in pensieri intimi del suo sposo.
Un corpo non vive senza capo, ma neppure senza «cuore»; e così la moglie sarà cuore della famiglia (confronta Casti Connubii, Pio XI), chiamata ad irrorare della vita l'intero organismo; a sua volta, il marito non può prescindere dal proprio cuore; anzi la moglie per lui sarà «sua carne», quindi dovrà curarla ed amarla come se stesso, sapendo che qualsiasi danno ad essa arrecato, l'avrà arrecato a sé.
L'uomo e la donna, una sola carne, uniti dal vincolo strettissimo di un amore nuovo (donato dallo Spirito Santo), capaci, per questo di proiettare la propria esistenza ad una apertura totale di sé, nella procreazione ed educazione di figli finalizzata alla vita eterna.
Tale visione del rapporto di coppia presuppone necessariamente una piena equiparazione della dignità dell'uomo e della donna, pur senza prescindere dalle oggettive differenze.
Anche nella vita religiosa, la sposa, vergine consacrata, saprà vivere tale esaltazione della sua femminilità, sublimando le proprie pulsioni ed aprendosi ad una maternità spirituale, nascosta, ma molto redditizia per le anime.
Il fatto che alla donna sia inibito il sacerdozio non è limite alla propria realizzazione mistica o religiosa (tanto che nella Chiesa cattolica si dice che il ministero è dato agli uomini, mentre il Mistero alle donne; le vite dei santi confermano questo dato), ma rispetta le distinte psicologie - ovviamente ben conosciute da Gesù, che così volle il sacerdozio nella Chiesa - nascoste nelle pieghe della natura; la donna, creata per accogliere, avere in sé e far crescere la vita (non solo biologica), è chiamata in primo luogo a questa esperienza spirituale di «gestazione e parto soprannaturale», generante alla vita eterna; questa esperienza (ed in tale misura) all'uomo non è consentita.
Neppure il sacerdozio è in grado di arrivare alle altezze mistiche della profondità introspettiva possedute, sperimentate e rivelate da una donna (che sia santa si intende).
Prototipo di questa bellezza estrema e vertice della tale altezza sublime è la Vergine santissima; voluta da Dio e capace di essere ad un tempo sposa, vergine e madre, in una misura ignota nella sua reale profondità.
Le donne, quindi, che volessero esaltare la loro femminilità, ben farebbero a pregare la Vergine, affinchè conceda loro quella purezza, quel candore, e quell'intimo silenzio del cuore che mai trovò tanta verità se non in Colei che, piena di grazie, è la dispensatrice di ogni grazia e di ogni bene; più che mai corredentrice.
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disianza vuol volar sanz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate».
(Dante Alighieri, Canto XXXIII, Paradiso)
Stefano Maria Chiari
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Note
1) Tratto da
http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article6432) Tratto da
http://www.materdea.net/culto/Deamadre01.htm3) Gli esempi si potrebbero moltiplicare, fra tutti: Persefone, dea degli inferi, Diana, dea della caccia e della luna, della notte, Ecate, dea degli incantesimi e degli spettri; regnavano sugli inferi, sulla notte, sugli abissi, sulle foreste fitte bagnate di luna...; in India si diffuse l'immagine-simbolo della dea Kalì, raffigurata con una collana di teschi, munita di zanne, venerata come datrice di morte ma anche di vita; la dea-avvoltoio descritta più volte in Anatolia e nel Levante, da cui derivate ed affini abbiamo altre concezioni di donna-uccello rapace, come le Sirene e le Arpie dell'antica Grecia dette anche Keres (Parche) della Morte; e ancora antiche dee europee, le cui tradizioni rimasero tuttavia largamente conservate nelle isole del Mar Egeo, a Creta, nelle regioni del Mediterraneo centrale e occidentale; e come dimenticare la dea egizia Iside, nume della maternità e della fertilità, ma da sempre associata alla magia ed all'oltretomba.
4) «Eccomi Lucio commossa dalle tue preghiere. Io sono la Natura Genitrice di tutte le cose, signora di tutti gli elementi, principio e generazione dei secoli, la più grande dei Numi, la regina dei Mani, la prima fra i Celesti, forma tipica degli Dèi e delle Dee, che governano col mio cenno le luminose vette del cielo, le salutari brezze marine, i lacrimati silenzi degli Inferi. Tutto il mondo venera il mio nome, unico se pure sotto molte e diverse forme, con vario rito e con diversi nomi. I Frigi primi abitatori della Terra, mi chiamano la Pessinunzia Madre degli Dèi; gli Attici autoctoni, Cecropia Minerva; ho nome Venere Pafia presso gli abitanti dell'isola di Cipro; Diana Dittina presso i Cretesi famosi arcieri; Proserpina Stigia fra i Siculi trilingui; Vetusta Cerere fra gli Eleusini; altri mi chiaman Giunone, altri Bellona; questi Ecate e quelli Ramnusia. Ma solamente coloro che sono illuminati dai primi raggi del nascente sole, cioè gli uni e gli altri Etiopi, e gli Egiziani ammirevoli per la loro antica dottrina, mi onorano con un culto di adeguate cerimonie e mi appellano col mio vero nome di Iside Regina». («L'Asino d'oro» di Apuleio (114-184 dopo Cristo).
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